
Alle tre di notte di domenica 25 ottobre 2026 succederà una cosa che ormai appartiene contemporaneamente alla preistoria tecnologica e alla nostra quotidianità digitale: in Italia tornerà l’ora solare, le lancette scivoleranno indietro fino alle due e, almeno sulla carta, ci ritroveremo con sessanta minuti in più. L’Unione Europea continua infatti ad applicare il cambio stagionale previsto dalla normativa comune, nonostante il dibattito sull’abolizione vada avanti da anni senza essere arrivato a una decisione definitiva; anzi, Bruxelles ha già fissato le date dell’ora legale fino al 2031. Per uno come me, cresciuto negli anni Ottanta e diventato adulto proprio mentre il mondo passava dalle rotelle degli orologi ai server sincronizzati via Internet, quella notte conserva qualcosa di stranamente affascinante. Da ragazzino bisognava ricordarselo davvero. Orologio da parete, sveglia sul comodino, quello del videoregistratore che già normalmente sembrava programmabile soltanto dopo un corso avanzato alla NASA, magari l’autoradio e naturalmente l’orologio al polso: ogni oggetto custodiva il proprio tempo e qualcuno doveva fisicamente intervenire. Oggi smartphone, smartwatch, computer, tablet e console sistemano quasi tutto senza neppure informarci, mentre noi dormiamo. È una piccola fotografia della trasformazione tecnologica che abbiamo attraversato: prima eravamo amministratori del tempo delle nostre macchine, adesso sono le macchine a mettersi d’accordo tra loro mentre noi continuiamo a chiederci perché il forno a microonde segni ancora le 00:00.
Quel gesto di girare una corona o premere compulsivamente due pulsantini su una radiosveglia dice però qualcosa che va oltre la nostalgia. Il cambio dall’ora legale all’ora solare è uno dei pochi rituali analogici sopravvissuti praticamente intatti nell’era dell’intelligenza artificiale, un sistema collettivo che modifica per decreto il rapporto fra la nostra giornata sociale e la luce naturale. Possiamo avere algoritmi capaci di generare immagini, modelli linguistici che conversano con noi, automazioni domestiche che decidono temperatura e illuminazione, ma due volte l’anno miliardi di persone continuano a spostare convenzionalmente il tempo di sessanta minuti. Da laureato in giurisprudenza trovo anche irresistibile quella contraddizione tutta umana per cui una misura amministrativa riesce a intervenire su qualcosa che percepiamo come assoluto: il Sole, naturalmente, se ne frega delle direttive europee, dei display OLED e dei nostri calendari. Noi invece costruiamo la giornata intorno a quell’ora convenzionale, ci organizziamo appuntamenti, treni, turni di lavoro, scuole, eventi e palinsesti. E chiunque abbia organizzato manifestazioni sa quanto il tempo possa diventare materiale concreto: dieci minuti di ritardo dietro un palco sembrano mezz’ora, mezz’ora trascorsa a parlare con una community davanti a un panel può evaporare in pochi secondi. Il tempo dell’orologio e quello percepito raramente coincidono, forse per questo l’idea di riceverne improvvisamente un’ora aggiuntiva esercita ancora una certa magia.
Anche il nostro organismo, però, possiede un sistema temporale molto meno disposto alle modifiche arbitrarie di quanto suggeriscano i display digitali. I ritmi circadiani vengono sincronizzati soprattutto dall’alternanza fra luce e buio, e la letteratura scientifica continua a studiare gli effetti dei cambi stagionali sul sonno e sulla vigilanza. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025, basata su 27 studi, ha rilevato risultati non completamente uniformi ma segnala alterazioni della durata e della qualità del sonno soprattutto nel passaggio primaverile verso l’ora legale e nei cronotipi serali; il ritorno autunnale all’ora standard tende quindi a essere meno traumatico rispetto alla perdita di un’ora che affrontiamo a marzo. Meglio dunque evitare di trasformare il cambio d’ora in una lista apocalittica di malanni automatici: la risposta varia da persona a persona e la ricerca stessa invita alla prudenza. Però noi nerd abbiamo un parametro empirico estremamente sofisticato per misurare l’alterazione del ritmo sonno-veglia: la frase «ancora un episodio e poi dormo». Funzionava con le VHS registrate da amici, ha attraversato DVD e fansub, è sopravvissuta all’arrivo dello streaming e oggi continua a distruggere sveglie mattutine con una precisione quasi scientifica. Se poi mettiamo insieme serie TV, anime stagionali, videogiochi online, Discord, backlog Steam e quell’inquietante capacità delle piattaforme di ricordarci automaticamente che esiste un episodio successivo, forse il problema non è più soltanto capire che ora segni l’orologio, ma decidere quale parte della giornata siamo ancora disposti a considerare nostra.
L’autunno nerd, da questo punto di vista, possiede una geografia emotiva tutta particolare. Chi frequenta fiere, festival del fumetto e convention conosce bene quel periodo dell’anno: si entra nella stagione delle grandi manifestazioni, delle giornate che si accorciano mentre dentro padiglioni e backstage si perde completamente la percezione della luce esterna, delle partenze all’alba con costumi stipati in macchina e dei ritorni notturni durante i quali si tenta di ricostruire cosa sia realmente successo nelle precedenti dodici ore. Dopo più di venticinque anni trascorsi tra palchi, cosplay, stand, regie, ospiti, associazioni e community, continuo a trovare curioso quanto il fandom abbia sviluppato un rapporto tutto suo con il tempo. Aspettiamo mesi per una convention che poi sembra durare venti minuti. Passiamo anni ad aspettare il seguito di un videogioco e una notte per finirlo. Accumuliamo manga convinti che «prima o poi» arriverà il momento giusto per leggerli, salvo scoprire che il famoso backlog non è una lista di cose da fare ma una forma alternativa di arredamento domestico. Poi arriva quella domenica di ottobre e il calendario ci concede simbolicamente un’ora. Sessanta minuti. Poco, evidentemente, ma abbastanza da far partire immediatamente il pensiero proibito: potrei finalmente recuperare qualcosa.
Il buio anticipato aiuta questa sensazione, anche se eviterei di romanticizzarlo troppo perché chi deve uscire dall’ufficio alle cinque del pomeriggio trovandosi improvvisamente dentro una scena eliminata di Blade Runner potrebbe avere opinioni differenti. Eppure esiste davvero una familiarità geek con le serate lunghe. La luce dello schermo cambia peso, il soggiorno torna a essere cinema, sala giochi, fumetteria privata e qualche volta dojo mentale dopo giornate in cui famiglia, lavoro e responsabilità adulte hanno divorato quasi tutto lo spazio disponibile. Da padre conosco fin troppo bene quella matematica meravigliosamente imperfetta per cui il cosiddetto “tempo libero” comincia spesso quando qualcun altro finalmente dorme. A quel punto un episodio di una serie, mezz’ora con un manga, una partita lasciata in sospeso diventano qualcosa di diverso dal semplice consumo culturale: rappresentano una piccola riconquista personale. Forse è anche per questo che noi adulti cresciuti tra cartoni giapponesi, sale giochi e primi modem continuiamo ad avere una relazione così intensa con le nostre passioni. Non sono soltanto passatempi infilati negli spazi vuoti della giornata. Spesso sono proprio gli spazi attraverso i quali ricordiamo chi eravamo prima che l’agenda diventasse più complicata.
Intorno al cambio dell’ora continua inevitabilmente anche la discussione politica e scientifica. Nel 2018 la Commissione Europea propose di mettere fine agli spostamenti semestrali e nel 2019 il Parlamento Europeo espresse una posizione favorevole all’abolizione, ma gli Stati membri non hanno raggiunto l’accordo necessario e, al settembre 2026, nessuna decisione definitiva è stata presa. Il sistema attuale quindi prosegue. Persino sul modello migliore da adottare nel caso di una futura abolizione il confronto rimane più articolato di quanto raccontino spesso i titoli: diverse società scientifiche del sonno sostengono l’ora standard permanente perché più coerente con la fisiologia circadiana, mentre lavori recenti ricordano che la letteratura disponibile contiene risultati eterogenei e che benefici e svantaggi dipendono anche da stagione, latitudine, esposizione alla luce e abitudini sociali. Insomma, niente guerra tra fazioni con avatar dell’orologio solare e dell’orologio legale. La questione è interessante proprio perché mette insieme biologia, energia, economia, geografia e organizzazione della società, quel genere di problema che sembra semplicissimo finché non provi davvero a risolverlo.
La notte tra il 24 e il 25 ottobre 2026, però, tutta questa gigantesca discussione europea finirà per condensarsi in qualcosa di molto più domestico. Lo smartphone cambierà ora da solo. Qualcuno girerà ancora le lancette dell’orologio della cucina. Qualcun altro scoprirà lunedì che l’orologio dell’automobile è rimasto indietro o avanti di sei mesi perché nessuno ha mai capito quale combinazione di tasti serva per modificarlo. E per una notte avremo davvero quell’ora supplementare che passiamo buona parte dell’anno a desiderare. Potremmo dormirla, leggerla, giocarla, guardarla, sprecarla meravigliosamente oppure passarla a parlare con qualcuno. Forse il dettaglio più nerd dell’intera faccenda sta proprio qui: trascorriamo una vita a fantasticare di macchine del tempo, TARDIS, DeLorean, paradossi temporali e universi alternativi, mentre l’unico viaggio nel tempo garantito dal calendario dura appena sessanta minuti e avviene mentre buona parte di noi sta dormendo. Io non ho ancora deciso che cosa farne. Voi quell’ora in più la spenderete per recuperare sonno o avete già un backlog abbastanza minaccioso da reclamarne ufficialmente la proprietà?
L’articolo Ora solare 2026: quando cambia l’ora in Italia e perché riguarda anche il nostro ritmo quotidiano proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.

