

Dimenticate l’immagine del parco divertimenti come destinazione isolata, raggiunta al mattino con lo zaino pieno di snack e abbandonata alla sera dopo l’ultimo giro sulle montagne russe. Il Brasile dell’entertainment sta costruendo una mappa molto più ambiziosa, quasi fosse la schermata strategica di un gigantesco gestionale in cui attrazioni, alberghi, centri commerciali, ristorazione, proprietà immobiliari e tecnologie immersive devono funzionare insieme. Il cambiamento non riguarda soltanto le dimensioni dei progetti o la quantità di denaro impiegata: sta mutando il modo stesso in cui viene immaginato il tempo libero, trasformando una giornata di svago in un soggiorno, una visita in una missione narrativa, un centro commerciale in una destinazione e una singola attrazione nell’accesso a un ecosistema turistico completo. I numeri del Panorama Setorial 2026 realizzato da Noctua, Sindepat e Adibra fotografano un settore che ha accolto oltre 143 milioni di visitatori nel 2025 e che dispone di 11,5 miliardi di reais di investimenti programmati. Di questa cifra, 7,1 miliardi riguardano settanta nuovi progetti, mentre circa 4,4 miliardi sono collegati al reinvestimento e alla modernizzazione delle attività già operative. Altro che nicchia: stiamo parlando di una delle trasformazioni più interessanti dell’industria dell’esperienza nell’intero continente latinoamericano.
La vera notizia, però, si nasconde dietro il totale miliardario. I settanta progetti individuati non appartengono a un’unica famiglia e non inseguono tutti il modello del grande theme park americano. Il portafoglio comprende diciassette parchi di divertimento o tematici, venti parchi acquatici, tredici Family Entertainment Center e trampoline park, sedici attrazioni turistiche e quattro parchi naturalistici privati. È una composizione che racconta perfettamente il Brasile contemporaneo: un Paese enorme, climaticamente e culturalmente diversissimo, nel quale la stessa formula non può essere replicata da Santa Catarina al Ceará come se si stesse copiando e incollando una stanza in un videogioco sandbox. I parchi acquatici rappresentano il 28,6% dei nuovi progetti, seguiti dai parchi di divertimento con il 24,3%, dalle attrazioni turistiche con il 22,9% e dai FEC con il 18,6%. Più della metà del nuovo sviluppo, dunque, continua a gravitare intorno ai grandi parchi, ma la restante parte dimostra quanto il mercato si sia frammentato in format più agili, urbani e adattabili. Il vecchio duello tra luna park e parco acquatico non basta più a spiegare ciò che sta accadendo. Oggi bisogna aggiungere installazioni digitali, musei spettacolarizzati, arene di realtà virtuale, playground premium, ruote panoramiche, attrazioni naturalistiche, esperienze itineranti e spazi concepiti per far convivere famiglie, adolescenti, creator e adulti cresciuti tra cabinati, anime pomeridiani e blockbuster.
A guidare questa evoluzione è una parola che chiunque abbia giocato almeno una volta a RollerCoaster Tycoon conosce fin troppo bene: permanenza. Un visitatore che entra, compra un biglietto e torna a casa produce un certo valore; una famiglia che resta due o tre giorni, dorme in un resort, cena all’interno del complesso, acquista merchandising, prenota un’esperienza serale e magari valuta una quota immobiliare genera un’economia completamente diversa. Il 47,4% dei nuovi progetti brasiliani abbina infatti l’intrattenimento all’hotellerie, al timeshare o alla multiproprietà. Il parco diventa l’ancora di un sistema turistico-immobiliare, non più soltanto una raccolta di attrazioni. È una strategia che richiama Orlando, certo, ma ridurla a un’imitazione del modello statunitense sarebbe troppo semplice. Il Brasile la sta adattando alla propria geografia, al peso del turismo domestico e alla capacità delle famiglie di considerare il divertimento una componente centrale della vacanza. Una parte consistente dei progetti si concentra nel Sud e nel Sud-Est, dove densità urbana e capacità economica sostengono iniziative di grande scala, mentre Nord e Nord-Est puntano con forza sui parchi acquatici, sui resort e sulle destinazioni capaci di lavorare insieme al clima tropicale. La pipeline coinvolge diciassette stati e quarantuno città, segnale di una crescita diffusa che non coincide più soltanto con i nomi storici del settore.
Beto Carrero World rimane inevitabilmente il boss di fine livello di questo scenario. Il complesso di Penha, nello stato di Santa Catarina, è una destinazione simbolica per l’entertainment latinoamericano e sta perseguendo una strategia fondata su espansione, licenze internazionali e hospitality. L’arrivo di aree costruite attorno a proprietà intellettuali riconoscibili, da Nerf Mania fino all’universo di SpongeBob, racconta quanto i grandi parchi brasiliani abbiano compreso il potere delle IP. Un personaggio conosciuto abbatte la distanza emotiva tra pubblico e attrazione: non serve spiegare da zero perché Bikini Bottom sia buffa, assurda e immediatamente familiare, così come il marchio Nerf porta con sé un immaginario di sfide, colori e battaglie giocose già sedimentato nella cultura pop. Il punto interessante non è la semplice presenza di un logo famoso sulla facciata di una ride, ma la capacità di tradurre quel mondo in architettura, cibo, sound design, interazioni e merchandising. Una licenza utilizzata male produce una scenografia fotografabile e poco altro; una tematizzazione coerente fa sentire il visitatore dentro una storia che conosceva già prima di oltrepassare l’ingresso. Da qui passa una delle sfide decisive per il Brasile: non limitarsi a collezionare brand internazionali, ma costruire esperienze in cui il legame tra racconto e spazio sia abbastanza forte da giustificare il viaggio.
Il progetto destinato a monopolizzare l’attenzione nei prossimi anni, però, è Cacau Park, il grande parco tematico sviluppato da Cacau Show a Itu, nello stato di San Paolo. L’investimento dichiarato si aggira intorno ai due miliardi di reais e il piano comprende cinquantadue ride all’interno di un’offerta di circa settanta attrazioni, fra montagne russe, spettacoli, parate, teatri ed esperienze immersive, accompagnate da tre hotel e da una fabbrica di cioccolato integrata nel circuito turistico. La suggestione di Hersheypark è inevitabile, ma il progetto brasiliano ha l’occasione di andare oltre il paragone e costruire una mitologia propria, legata a un prodotto capace di evocare infanzia, desiderio, premio e ritualità. Il cioccolato possiede già una grammatica narrativa potentissima: fabbriche impossibili, ricette segrete, mascotte, foreste, civiltà fantastiche, laboratori e macchinari. Basta pensare a quanto Willy Wonka abbia influenzato l’immaginario collettivo per capire perché un marchio dolciario possa diventare il fondamento di un parco e non soltanto il suo sponsor. Cacau Park rappresenta inoltre la dimostrazione più evidente del nuovo paradigma brasiliano, perché non nasce come somma di giostre inserite in un recinto, ma come destinazione articolata tra attrazioni, accoglienza alberghiera, ristorazione, spettacolo e produzione.
Olímpia segue un’altra traiettoria e viene spesso raccontata come una sorta di Orlando brasiliana, definizione forse abusata ma non del tutto fuori bersaglio. Thermas dos Laranjais e Hot Beach hanno contribuito a trasformare la città dello stato di San Paolo in una destinazione fondata sull’acqua, sulle temperature favorevoli e sui resort connessi ai parchi. Qui l’attrazione non compete con l’hotel: lo alimenta. Il soggiorno non viene organizzato attorno a una singola visita, bensì intorno a una sequenza di giornate in cui piscine, scivoli, aree per bambini, ristorazione e riposo si alternano senza costringere il pubblico a uscire dalla destinazione. Il Nord-Est amplifica questa logica grazie a un clima che rende il prodotto acquatico particolarmente competitivo. Stati come Ceará, Bahia e Pernambuco possiedono le condizioni ideali per progetti capaci di mescolare resort, multiproprietà e water park, intercettando famiglie interessate a una vacanza prevedibile nei servizi ma ricca di attività. Beach Park, ad Aquiraz, resta uno dei riferimenti più immediati, anche grazie alla fama internazionale di Insano e a un’identità costruita nel corso degli anni attorno all’adrenalina acquatica. Eppure il futuro non sarà determinato soltanto dalla corsa allo scivolo più alto o più veloce. Tematizzazione, comfort, gestione delle code, ombreggiatura, accessibilità, food experience e intrattenimento serale conteranno quanto la scheda tecnica dell’attrazione principale.
Gramado ha scelto da tempo una strada ancora diversa, quasi da laboratorio di worldbuilding turistico. La città del Rio Grande do Sul ha trasformato il clima, l’architettura e una certa estetica europea in un sistema di attrazioni fortemente tematizzate, spesso indoor, capaci di funzionare come episodi distinti di una stessa vacanza. Snowland, primo parco della neve al coperto del Sudamerica, è l’esempio perfetto di questa filosofia: un ambiente artificiale che permette di sciare e giocare a temperature sottozero mentre gran parte del Paese associa il tempo libero al sole e all’acqua. Qui entra in scena un principio fondamentale dell’entertainment contemporaneo, quello dell’impossibile reso accessibile. Il visitatore non acquista soltanto una pista innevata; compra il cortocircuito di trovarsi in un inverno artificiale dentro il Brasile. Attorno a questo principio si muovono anche i format del Grupo Dreams, dai musei delle cere ai bar di ghiaccio fino alle attrazioni dedicate ai dinosauri, esperienze autonome che possono essere distribuite nei poli turistici senza richiedere necessariamente l’estensione territoriale di un parco tradizionale. È un modello modulare, quasi episodico, simile a una serie antologica: ogni spazio promette un mondo diverso, mentre la destinazione li raccoglie e li mette in comunicazione.
La rivoluzione più vicina alla sensibilità di chi ama tecnologia, installazioni digitali e narrazione interattiva sta esplodendo soprattutto nelle metropoli. San Paolo è ormai uno dei principali hub latinoamericani per le mostre immersive, le esperienze multisensoriali e le esposizioni costruite attorno a grandi proprietà culturali o pop. Van Gogh, Frida Kahlo, Pixar, Marvel e numerosi altri universi sono stati reinterpretati attraverso videoproiezioni, ambienti sonori, mapping, scenografie e dispositivi interattivi. Il pubblico brasiliano ha mostrato una particolare disponibilità verso queste forme di spettacolarizzazione culturale, forse perché l’esperienza immersiva riesce a parlare contemporaneamente a pubblici molto diversi: il visitatore interessato all’arte, la famiglia in cerca di un’attività condivisa, il turista, il fan, lo studente e chi desidera produrre immagini da condividere sui social. Liquidare tutto come “mostre da Instagram” sarebbe però miope. La fotogenia conta, e fingere il contrario significherebbe non aver osservato come le persone vivono oggi gli spazi, ma la longevità di un progetto dipende dal racconto, dalla qualità dei contenuti e dalla capacità di far sentire il pubblico parte dell’esperienza, non semplice comparsa davanti a una parete luminosa.
Dentro questo paesaggio si inserisce DXZ360, studio internazionale di imagineering ed entertainment design che lavora sull’incontro tra tecnologia, scenografia e storytelling, portando nella progettazione brasiliana una sensibilità creativa italiana attraverso la direzione di Gianluca Falletta, imagineer con oltre venticinque anni di esperienza tra parchi tematici, grandi eventi, attrazioni e mostre immersive. Il contributo del Made in Italy, in un contesto simile, non consiste nell’applicare una patina estetica riconoscibile o nell’esportare formule preconfezionate, ma nel valorizzare una cultura del progetto in cui lo spazio racconta prima ancora che il pubblico legga una didascalia. Luci, superfici, suoni, ritmo del percorso, apparizioni sceniche, interazioni e personaggi devono diventare parti della stessa sintassi. È qui che l’imagineering smette di essere un termine elegante da presentazione aziendale e torna alla sua funzione più concreta: costruire luoghi nei quali una persona percepisca di essere entrata altrove.
Le esperienze immersive progettate per mall e poli urbani rispondono inoltre a un’esigenza molto brasiliana. Le distanze nelle grandi città, il traffico, il clima e il ruolo sociale degli shopping center rendono gli spazi indoor particolarmente competitivi. Un centro commerciale non vuole più essere soltanto il posto in cui acquistare abiti, mangiare e vedere un film; deve offrire ragioni per restare più a lungo, tornare e coinvolgere l’intero gruppo familiare. Da qui nasce la crescita dei Family Entertainment Center, delle arene VR, dei trampoline park, dei bowling tecnologici e dei playground interattivi. Marchi storici come Playcenter Family e HotZone hanno progressivamente aggiornato l’offerta attraverso simulatori, giochi digitali e ambienti più sofisticati, mentre realtà emergenti puntano su inclusività, attività motorie e materiali percepiti come più naturali. La plastica colorata e la vasca di palline non spariscono, ma vengono assorbite in format in cui movimento, narrazione, sicurezza e design devono convivere.
Questo passaggio interessa soprattutto le famiglie multigenerazionali. Il bambino cerca il gioco immediato, l’adolescente pretende interazione e condivisione, il genitore desidera sicurezza e comfort, il nonno potrebbe riconoscere un personaggio o una dinamica appartenente alla propria memoria. La cosiddetta nostalgia affettiva diventa allora uno strumento progettuale potentissimo. Un cabinato retrò può dialogare con un simulatore di ultima generazione; un personaggio storico può essere reinventato mediante realtà aumentata; un playground può utilizzare forme analogiche e sistemi di punteggio digitali. Chi progetta questi luoghi deve ragionare come un game designer alle prese con giocatori di livelli ed età differenti, assicurandosi che nessuno resti bloccato nel tutorial mentre gli altri affrontano il boss.
La forza delle proprietà intellettuali entra anche qui, ma non rappresenta l’unica strada possibile. Parque da Mônica e Vila da Galinha Pintadinha dimostrano quanto i personaggi locali possano sostenere attrazioni indoor riconoscibili, familiari e profondamente radicate nella cultura brasiliana. L’industria ha compreso che Marvel, SpongeBob o Nerf attirano attenzione immediata, ma il Brasile possiede un patrimonio di figure, leggende, estetiche e narrazioni capace di alimentare universi originali. Il prossimo salto creativo potrebbe avvenire proprio in questa direzione: non soltanto importare mondi celebri, ma esportare IP nate in Brasile e progettate fin dall’origine per vivere tra animazione, gaming, attrazioni, merchandising e ambienti immersivi. Sarebbe l’equivalente entertainment di ciò che anime e K-pop hanno fatto partendo da mercati un tempo considerati periferici rispetto al mainstream occidentale.
Persino i parchi naturalistici stanno partecipando alla trasformazione. Le concessioni private di aree pubbliche e turistiche, dal Parco Nazionale dell’Iguaçu al Parco Ibirapuera, hanno aperto una discussione complessa sul rapporto tra conservazione, gestione e fruizione. Gli investimenti riguardano infrastrutture, percorsi, servizi, attività sportive, zipline, tree-climbing e playground integrati nel paesaggio. Ibirapuera, sotto la gestione di Urbia, ha ricevuto oltre duecento milioni di reais tra opere e manutenzione nell’arco di quattro anni. Il confine da sorvegliare è delicato: rendere la natura accessibile e coinvolgente senza ridurla a scenografia per un’attrazione. L’edutainment può svolgere un ruolo importante, soprattutto se tecnologia e gamification aiutano il pubblico a comprendere ecosistemi, biodiversità e fragilità ambientali. Una missione interattiva ben progettata può insegnare più di un pannello ignorato lungo il sentiero, purché il gioco non divori il luogo che dovrebbe valorizzare.
Tutto questo entusiasmo non cancella le difficoltà operative. Lo studio di settore segnala una domanda crescente e un portafoglio robusto, ma mostra anche un mercato prudente, esposto al costo del credito, alla pressione delle spese e alla scarsità di personale qualificato. Il 77,4% dei progetti dispone di funding almeno parzialmente assicurato, tuttavia il 62,5% non prevede di ricorrere a linee di finanziamento per la costruzione, anche a causa di condizioni considerate poco convenienti. Soltanto il 22% dei progetti è in una fase avanzata dei lavori, mentre più della metà si trova ancora negli studi iniziali o alla vigilia dell’apertura dei cantieri. Il dato serve a ridimensionare l’hype senza spegnerlo: settanta progetti mappati non significano settanta inaugurazioni imminenti. Significano settanta promesse con gradi molto diversi di concretezza, capitale, maturità e rischio. Il 31% delle aperture è previsto già nel 2026, ma le strutture maggiori richiederanno inevitabilmente tempi più lunghi.
La maturazione del mercato brasiliano dipenderà quindi dalla capacità di trasformare gli investimenti in esperienze sostenibili anche dopo la prima ondata di curiosità. Una ruota panoramica spettacolare modifica lo skyline, ma deve mantenere un flusso costante di visitatori; una mostra immersiva può riempire i social nelle settimane iniziali, ma necessita di contenuti aggiornabili; un resort legato a un parco deve evitare che l’offerta sembri già vista al secondo giorno; una proprietà intellettuale famosa non può compensare per sempre un percorso povero o un servizio inefficiente. Persino la manutenzione diventa parte invisibile della narrazione. Un animatrone fermo, una proiezione fuori allineamento o un’interazione che non risponde spezzano l’illusione con la brutalità di un bug durante una cutscene decisiva.
Il Brasile possiede però un vantaggio che non può essere acquistato con nessun budget: un pubblico abituato a vivere l’intrattenimento in modo collettivo, emotivo e partecipativo. Musica, sport, feste, televisione, fumetti, cosplay, videogiochi e cultura digitale vengono spesso attraversati con un’intensità comunitaria che rende il Paese terreno ideale per esperienze fisiche capaci di generare appartenenza. La nuova stagione dei parchi tematici brasiliani, dei resort integrati, dei FEC e delle mostre immersive non sarà misurata soltanto dal numero di montagne russe o dai metri quadrati di ledwall, ma dalla quantità di ricordi condivisi che questi spazi riusciranno a produrre. Perché alla fine il vero indicatore non è quante persone oltrepassano un tornello, bensì quante tornano a casa con la sensazione di aver abitato, anche solo per un’ora, un mondo che prima non esisteva.
Il cantiere è aperto, i capitali hanno iniziato a muoversi e la mappa continua ad allargarsi. Resta da capire quale identità emergerà da questa corsa: una collezione di modelli internazionali adattati al mercato locale oppure una nuova scuola brasiliana dell’intrattenimento, capace di mescolare immaginazione pop, ospitalità, tecnologia e cultura nazionale. Da appassionati, la seconda possibilità è quella che fa salire davvero l’hype, perché potrebbe regalarci non soltanto nuovi parchi da visitare, ma nuovi universi da conoscere, discutere e magari desiderare di vedere un giorno anche dall’altra parte dell’oceano.
L’articolo Brasile, boom dell’intrattenimento: parchi tematici, resort e mostre immersive proviene da CorriereNerd.it.

